Un campanello d’allarme che stiamo sottovalutando
La possibilità di comprare da mangiare a rate non è una comodità in più: è un sintomo. E come tutti i sintomi va letto quando compare, non quando è troppo tardi. Il rischio, oggi, è di sottovalutarlo.
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## Il fatto
Da agosto la catena Pewex, trentanove punti vendita nella Capitale, permette di pagare la spesa alimentare a rate. Il meccanismo passa dall’app del supermercato e si appoggia a Klarna: si può saldare entro trenta giorni senza interessi, dividere l’importo in tre rate mensili sempre senza interessi, oppure accendere un finanziamento da sei a dodici mesi, e in quel caso gli interessi si pagano. L’approvazione della singola operazione, i tassi e le condizioni non li decide il supermercato: li decide Klarna.
Conviene dirlo con precisione, perché la precisione è la nostra forza e l’approssimazione è il primo appiglio di chi vorrà liquidare questa denuncia come propaganda. Nessuno sta applicando l’usura sul pane. Le prime due opzioni sono davvero a costo zero per chi paga puntuale. Il punto politico non è il tasso: è che un servizio nato per i beni durevoli sia diventato uno strumento ordinario per comprare da mangiare, e che a una catena convenga offrirlo perché c’è una domanda che lo giustifica.
## Il campanello d’allarme che stiamo sottovalutando
Il pagamento dilazionato ha una storia precisa. È nato per l’automobile, la lavatrice, il televisore: beni che una famiglia compra una volta ogni dieci anni e che le migliorano stabilmente la vita, dove la rata anticipa un consumo straordinario a fronte di un reddito ordinario. Da questa premessa discende tutto il resto: se la stessa rata serve per il consumo ordinario — pane, latte, pasta — significa che il reddito ordinario non lo copre più. Non è un giudizio morale sul consumatore, è un’equazione.
Ed è qui che nasce il problema del modo in cui la notizia è stata letta. Se ne è parlato per qualche giorno come di una curiosità, di un fatto di costume: il cartello, lo slogan, la trovata commerciale. Ma un cartello in vetrina non è una trovata quando dietro c’è un ufficio marketing che ha calcolato quanta gente ne avrebbe avuto bisogno. **Le imprese non offrono il credito sul pane per gentilezza: lo offrono perché hanno misurato una domanda.** Quel cartello, letto correttamente, non è pubblicità: è una rilevazione statistica sulle condizioni di vita dei romani, fatta da chi ha tutto l’interesse a non sbagliarla.
Che sia un indicatore e non un aneddoto lo conferma Banca d’Italia, non un volantino di partito. Nel suo studio sul «compra ora, paga dopo» l’istituto rileva che le famiglie italiane che usano questi strumenti sono passate dal 4 per cento del 2022 al 30 per cento del 2025, per un volume di 9,9 miliardi di euro, finora concentrato per oltre tre quarti sull’e-commerce e ora in espansione nella distribuzione fisica. Ma il passaggio decisivo del rapporto è un altro, ed è scritto senza attenuanti: la facilità di accesso aumenta il rischio di insolvenza. A ricorrervi di più, aggiunge l’analisi, sono i nuclei che hanno già altri debiti, quelli con patrimoni più bassi e quelli già in ritardo con altri pagamenti, con una concentrazione fra i capifamiglia sotto i quarantaquattro anni e nelle regioni del Centro-Sud. Roma sta esattamente lì dentro.
Sottovalutare significa esattamente questo: trattare come cronaca di costume un dato che la banca centrale tratta come rischio sistemico. E c’è una ragione tecnica per cui il campanello suona prima che il danno si veda, ed è la ragione per cui è pericoloso ignorarlo. Come ha osservato un ricercatore del Politecnico di Milano, dilazionare acquisti frequenti dà sollievo per i primi due mesi e mezzo circa: poi le rate dei mesi precedenti si sovrappongono a quelle nuove e si entra in un debito perenne, in cui ogni spesa del mese è già ipotecata da quelle passate. Per due mesi e mezzo, quindi, sembra che funzioni. Nessuno si lamenta, nessun numero peggiora, la famiglia arriva a fine mese. **È in quella finestra che si decide se c’è una politica o se ci si limiterà a constatare i pignoramenti l’anno prossimo.**
## La città che rende necessaria quella rata
Se la domanda esiste, bisogna guardare da dove viene. E qui i numeri di Roma parlano da soli.
I prezzi, intanto. A maggio 2026 l’indice dei prezzi al consumo nella Capitale era 103,9 contro il 103,1 nazionale: a Roma si vive più caro che nel resto del Paese, e la differenza non è un dettaglio statistico ma una quota di stipendio che sparisce ogni mese. La casa, poi, ha superato ogni precedente: nel primo trimestre del 2026 i canoni di locazione sono cresciuti del 5,7 per cento, il 6,5 per cento su base annua, arrivando a 19,8 euro al metro quadro — il valore più alto dal 2012, un massimo storico. Sommando affitti, utenze e spese condominiali, la Cgil di Roma e del Lazio calcola rincari che a seconda delle voci e delle zone oscillano fra il 35 e il 60 per cento.
Dall’altro lato della bilancia, il reddito non si è mosso. I salari reali del settore privato nel Lazio restano più bassi di 7,7 punti rispetto ai livelli precedenti alla crisi, e il lavoro che si crea è sempre più corto: quasi un nuovo contratto su due, nella regione, ha una durata inferiore ai trenta giorni. Una famiglia che non sa quanto incasserà fra sessanta giorni è precisamente la famiglia a cui una rata sembra una soluzione.
Il risultato nazionale di questa forbice l’Istat lo ha misurato: nel 2024 in povertà assoluta ci sono oltre 5,7 milioni di persone, il 9,8 per cento dei residenti, e più di 2,2 milioni di famiglie. Ma i due dati che dovrebbero chiudere ogni discussione sono altri. Fra le famiglie il cui capofamiglia è un operaio l’incidenza della povertà assoluta sale al 15,6 per cento; fra le famiglie che vivono in affitto arriva al 22,1 per cento, oltre un milione di nuclei. Non è la povertà di chi non lavora: è la povertà di chi lavora e paga un canone.
C’è infine una voce di spesa che nessuno mette nel carrello e che pesa quanto il carrello. Quando il servizio pubblico non risponde, la differenza la paga il cittadino di tasca propria. Nel 2024 il 9,9 per cento degli italiani — circa 5,8 milioni di persone — ha rinunciato a visite o accertamenti di cui aveva bisogno, contro il 6,4 per cento del 2019, per le liste d’attesa e per il costo delle prestazioni; e la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie ha raggiunto 42,4 miliardi di euro, il 22,3 per cento della spesa sanitaria complessiva, 719 euro a testa. Ogni prestazione negata dal pubblico è una fattura privata: una tassa che non si chiama tassa e che colpisce in proporzione inversa al reddito.
## Il libretto del droghiere e la rata di Klarna
Chi ha memoria dei quartieri popolari sa che comprare da mangiare a credito non è un’invenzione del 2026. Si segnava sul libretto, e si saldava a fine mese o alla paga. Ma quella dilazione aveva due caratteristiche che oggi mancano entrambe, e la differenza è tutta politica.
La prima: nessuno ci guadagnava sopra. Il bottegaio rinviava l’incasso, non lo vendeva. Oggi fra chi compra e chi vende si è inserito un terzo soggetto che dalla dilazione ricava il proprio margine — commissioni pagate dagli esercenti, penali sui ritardi, abbonamenti — e che ha quindi un interesse strutturale a che il maggior numero possibile di spese passi da lì. Le commissioni di mora applicate in Italia sono di pochi euro per rata non onorata, ma il punto non è la loro entità: è che esista un modello di ricavo che si nutre dell’affanno di chi paga tardi. E il commerciante accetta perché il servizio, dicono gli operatori del settore, alza lo scontrino medio e il tasso di conversione: cioè fa comprare di più.
La seconda: il droghiere ti conosceva. Sapeva se quel mese eri in cassa integrazione, e sapeva quando smettere di segnare. L’algoritmo non ti conosce, ti profila: ti chiede numero di telefono, data di nascita, indirizzo, codice fiscale e carta, e ti concede o ti nega in base a un punteggio. È più efficiente e infinitamente meno umano.
Né si risponda che si tratta comunque di una comodità in più, di una libertà di scelta che il cliente può esercitare o no. Una rata a interessi zero resta un impegno preso su un reddito che non c’è ancora, e chi salta un pagamento non resta indietro solo su quella rata: resta indietro sulla spesa del mese successivo. È la definizione stessa di una spirale, ed è per questo che la si riconosce all’inizio o non la si riconosce affatto.
## Quello che non chiediamo, e quello che chiediamo
Diciamo con chiarezza anche ciò che non stiamo dicendo, perché la nostra credibilità vale più di uno slogan. Non chiediamo di vietare il pagamento dilazionato, che per molte famiglie è oggi l’unico modo di arrivare a fine mese, e non intendiamo mettere alla gogna il negoziante di quartiere o la catena che ha messo il cartello in vetrina: il cartello non ha creato il problema, lo ha soltanto reso visibile. Dal novembre di quest’anno la direttiva europea CCD2 porterà il «compra ora, paga dopo» dentro il credito al consumo regolamentato, con obblighi più stringenti di trasparenza e di verifica del merito creditizio. È una cosa giusta ed è il minimo sindacale.
E qui il filo si chiude. Nessuna regola sul credito riempirà mai un carrello che il salario non riesce più a riempire. Come ha detto il segretario della Cgil di Roma e del Lazio, Natale Di Cola, gli strumenti finanziari nati per coprire spese straordinarie o beni durevoli vengono ora applicati all’acquisto di beni di prima necessità: e questo, ha aggiunto, è semplicemente inaccettabile.
> **Il problema non è la rata: è il salario. La rata è solo l’allarme che ce lo sta dicendo, e che stiamo scegliendo di non sentire.**
**Il PCI — Federazione di Roma chiede:**
1. **Salario minimo per legge** e rinnovo immediato dei contratti collettivi scaduti, con recupero del potere d’acquisto perduto.
2. **Prezzi calmierati sui beni di prima necessità** e vigilanza pubblica sulla formazione dei prezzi lungo la filiera, per distinguere il rincaro dalla speculazione.
3. **Un piano pubblico per la casa a Roma**: affitti calmierati, requisizione e recupero del patrimonio sfitto, nuova edilizia popolare. Una città in cui più di una famiglia povera su cinque è in affitto non ha un problema di consumi, ha un problema di rendita.
4. **Servizi pubblici che funzionino**, a partire dalla sanità e dal trasporto: ogni prestazione negata dal pubblico è una spesa privata in più sullo stesso stipendio.
5. **Tutela di chi è già indebitato**: applicazione piena della nuova disciplina europea sul credito al consumo, sportelli pubblici gratuiti di consulenza sul sovraindebitamento, divieto di pratiche commerciali che presentino il debito come un servizio.
6. **Un osservatorio cittadino sul credito al consumo alimentare**, perché un indicatore di questa gravità non può essere lasciato alla rilevazione degli uffici marketing delle catene.
Mangiare non deve costare un debito.
